Intervista a Robert Dick

http://www.robertdick.net/

“Robert Dick, l’altra dimensione del flauto. Intervista a tutto campo all’autore di The Other Flute” – versione italiana (stralci)

di Renata Cataldi

Newyorchese, cinquantenne, musicista e flautista di fama internazionale, Robert Dick sfugge a ogni possibile classificazione. Spirito libero e innovativo, al tempo stesso compositore, esecutore e improvvisatore, Dick propone un percorso creativo emancipato dai condizionamenti delle forme musicali stereotipe e dalle rigide leggi di mercato, al di là di ogni confine di genere. Le sue scelte, come ci spiega anche in questa intervista, accolgono senza pregiudizi stili e materiali sonori diversi: dalla musica classica a quella contemporanea, dal jazz al rock allaworld music. Il tutto in una concezione ampia del musicista: non semplice esecutore ma creatore ed interprete di eventi sonori. Questa visione della musica lo porta a intervenire su aspetti organologici del flauto fino a immaginarne nuovi modelli, inventare prototipi, progettare sistemi di meccanica alternativi al fine di estendere le capacità espressive dello strumento in rapporto alle esigenze della sua musica.

Dick è anche un prolifico scrittore di studi e metodi sulle tecniche contemporanee per flauto, materiali utili sia agli esecutori sia ai compositori. Ricordiamo gli studiFlying lessons(Lezioni di volo) eThe Other Flute: A Performance Manual of Contemporary Technique(L’Altro Flauto: un manuale di esecuzione di tecniche contemporanee), che è la sua prima, più famosa pubblicazione.

In questa intervista, Dick ci parla della sua vita, della sua musica, della sua attività anche come didatta, senza nasconderci quali difficoltà il suo modo di fare musica incontra, in un mercato, quello di oggi, forse ancora troppo tradizionalista.

Ci dice qualcosa del contesto familiare e sociale in cui è vissuto?

Sono cresciuto a Manhattan in un complesso residenziale medio borghese, Stuyvesant Town. Mia madre era insegnante di pianoforte, mio padre commerciante di plastiche industriali. Crescere nel cuore di New York ha avuto su di me un’influenza molto forte: la risolutezza, il ritmo veloce, la ricerca della perfezione, la voglia di riuscire.

Quali stimoli musicali ha avuto da bambino?

Grazie a mia madre nella nostra casa si respirava la musica classica e solo quella. I miei genitori non ascoltavano altri generi di musica. A casa c’erano pochissimi dischi ma i miei avevano l’abitudine di andare ai concerti, cosa che facevamo spesso. Frequentavamo laCarnagie Hall, laTown Hall, laBrooklyn Academy of Musice altre grandi sale dove era possibile ascoltare pianisti, violinisti, complessi di musica da camera, orchestre. Ricordo di aver ascoltato un concerto di Rampal a 10 anni (naturalmente 10 anni li avevo io, non Rampal!). Non ricordo particolari stimoli musicali. Durante la mia infanzia mia madre iniziò a insegnare il pianoforte e così sentivo molto spesso in casa solfeggiare ad alta voce. Mi dispiace che proprio per questo non volli studiare il pianoforte.

Altra domanda di rito: quando e perché ha iniziato a studiare il flauto?

Le sole volte che a casa mia oltre alla classica entravano altri generi musicali era quando noi bambini ci ammalavamo e dovevamo rimanere a casa invece di andare a scuola. Ci davano una radio AM per farci star buoni e così ascoltavamo il Rock’n’roll e Radio Top 40. Fu proprio in una di queste circostanze che ascoltai per la prima volta nel 1957, quando avevo sette anni, Reckon Robin. Il brano aveva un assolo di ottavino invece che di sassofono e io ne fui affascinato. Iniziai tutta una ‘campagna’ per ottenere un flauto e così mia madre interpellò parecchi insegnanti i quali mi dissero che ero troppo piccolo per iniziare a studiarlo, di provarci dopo aver compiuto otto anni. Un giorno, nel 1958, di ritorno da scuola, trovai una sorpresa: un insegnante di flauto e un flauto! Mi innamorai di questo strumento fin dalla prima nota. Forse tutto questo racconto suonerà romanzesco, ma è la verità.

[…]

Lei si definisce un «musicista dalla tecnica del XXI secolo e il modo di pensare del XVIII».

Nell’Ottocento ci fu uno scisma nel mondo della musica europea. Creatività ed esecuzione si separarono. Nel Settecento i musicisti erano principalmente educati come musicisti e in secondo luogo come esecutori di più strumenti. Perciò tutti gli esecutori avevano abilità creative ed erano in grado di comporre e di improvvisare. Come molti altri musicisti in tutto il mondo, io concepisco il ruolo del musicista nella sua condizione del XVIII secolo.

Lei è quindi al tempo stesso esecutore, compositore e improvvisatore. Che tipi di esperienze l’hanno condotta a intraprendere un percorso creativo così poco comune?

Ancora una volta, vorrei sottolineare che in termini umani la creatività è la norma, non l’eccezione. Potremmo mai dire di Quantz che fosse ‘così poco comune’ o di Hotteterre o Blavet o di Bach? Credo che essi, a turno, domanderebbero ai tipici flautisti classici di oggi: “Sei solo un flautista? Niente composizioni? Nessuna improvvisazione? Perché? Cosa non è andato per il verso giusto?”. Chopin componeva, improvvisava ed eseguiva, così come Paganini e Liszt. Nel secolo scorso questa tradizione fu mantenuta in vita, per quanto riguarda il mondo classico, da Rachmaninov, Prokofieff e solo da pochi altri musicisti, mentre nel jazz e in altre tradizioni troviamo molti musicisti straordinariamente creativi. Naturalmente ci sono molte culture nel mondo in cui non esistono confini tra creatività ed esecuzione. Un musicista è un musicista e basta. Io sto lavorando per ricondurre i giovani musicisti a questa mentalità. In fin dei conti, fra quindici anni o giù di lì, credo che il musicista non creativo non avrà futuro mentre quello creativo avrà un mondo di opportunità da cogliere. Esempi che mi hanno chiarito questo modello provengono soprattutto da un mondo musicale diverso da quello classico: i Beatles, Jimi Hendrix, i Doors, Eric Dolphy, John Coltrane, il primo jazz e inoltre gli improvvisatori con i quali lavoro, in particolare il vibrafonista Bobby Naughton.

[…]

Il suo modo di concepire lo strumento in continua evoluzione e con possibilità espressive e tecniche ancora tutte da esplorare lo ha portato a creare flauti modificati, a immaginarne modelli particolari, inventare prototipi, ce ne può parlare?

Il flauto Boehm è perfetto, anzi è assolutamente un’opera di genio, se si vuol suonare una sola nota per volta e solamente quelle della scala cromatica, ed è per questo motivo che lo usiamo ancora. Ma se vogliamo suonare accordi, glissandi, microtoni, espandere la tavolozza cromatica dello strumento, allora presenta moltissimi problemi. Boehm creò il suo flauto perché quello a otto chiavi non era più adeguato alle esigenze della musica romantica. Oggi ci troviamo di fronte a una situazione simile, a uno strumento non più adatto per rispondere ai cambiamenti della musica di oggi e del futuro. Il problema fondamentale del flauto Boehm è che molte combinazioni di fori aperti e chiusi non sono possibili: quando, ad esempio, chiudo la chiave del fa, insieme ad essa si chiudono necessariamente altre due chiavi. Io immagino un flauto in cui sia possibile qualsiasi combinazione di fori aperti e chiusi, un flauto che abbia una diteggiatura diretta, logica e semplice. Aggiungere altre chiavi al flauto Boehm non servirebbe a niente, tanto vale, credo, creare un sistema di diteggiatura completamente nuovo. Questo fa un po’ paura, ma non penso sia poi così difficile imparare un sistema nuovo, del resto quanti musicisti sanno suonare più strumenti e quanti flautisti, già oggi, suonano sia il traversiere barocco che il flauto Boehm! Parallelamente al mio lavoro di frontiera sulla progettazione di un nuovo flauto, cerco di sviluppare anche strumenti buoni e poco costosi. E’ il caso del mio primo modello in produzione, il ‘flauto basso Robert Dick’, fabbricato da Emerson negli Stati Uniti, un normale flauto basso a tastiera chiusa ma con un mio particolare modello di testata, speciali appoggi per la mano e alcuni accorgimenti per le chiavi. Spero un giorno di progettare un flauto da studio.

Come immagina il flauto del futuro e la musica per flauto del Terzo Millennio?

Spero in una vera integrazione del flauto nella musica elettronica. Mi piacerebbe molto poter progettare un vero e proprio flauto elettrico. L’idea è già nella mia testa ma il problema sono sempre i soldi e il tempo. Spero ci sia qualcuno che voglia finanziare questo mio progetto. Credo che nel prossimo secolo il flauto compirà il proprio destino: consentirà ai flautisti di suonare tutti i tipi di musica che desiderano; questo significherà, sia in termini di armonia che di melodia, poter disporre di un vasto assortimento di colori che completeranno e approfondiranno il valore tradizionale del suono di questo strumento. Il flauto occuperà un posto centrale nel jazz e nel Rock -finalmente!- e verrà utilizzato anche in tutti gli altri tipi di stili. Sarà un grande momento!

Vuole aggiungere qualcosa?

La mia speranza è che i musicisti che provengono da tradizioni classiche, europei o nord indiani che siano, possano liberarsi della paura del nuovo. I musicisti di tradizione classica che accolgono i nuovi sviluppi artistici sono molti ma non ancora la maggioranza. Comprendere il passato ha un’importanza vitale, senza questa consapevolezza non si può affrontare il futuro. Ma è una conoscenza che dovrebbe renderci capaci di spiccare il volo, non esserci di ostacolo o di limite.

Sono profondamente convinto che ciò che rendeva vitale la musica classica nel passato era la creatività. Immaginiamo di ascoltare Quantz improvvisare o Mozart creare una cadenza lì per lì! E’ quanto possiamo fare anche noi oggi senza per questo dover essere dei Quantz o dei Mozart. Oggi la musica classica sta perdendo il suo pubblico, dovremmo chiederci il perché e interrogarci su cosa fare. Secondo me una risposta a questo problema sta in gran parte nel riportare in primo piano la creatività nel lavoro di ogni musicista. Potrà essere presente in modo più o meno ampio a seconda dei casi ma deve essere presente, altrimenti il pubblico si allontanerà sempre di più per ricercarla altrove.

Vorrei che più flautisti cercassero di capire il senso del mio lavoro e della mia musica non solo in termini di tecniche flautistiche.

Che cos’altro aggiungere ancora? E’ molto tempo che non insegno in Italia, e abito così vicino, in Svizzera, mi piacerebbe tornarvi per tenere dei corsi.

Grazie per l’intervista.

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